Cinquecentenario del Santuario della Madonna dell’Albero

Omelia del Cardinale - lunedì 5 giugno 2017

Carissime sorelle e carissimi fratelli in Cristo Gesù di questa Parrocchia di Carimate, ma anche di tutta la bella Comunità Pastorale della Serenza, nella figura del Parroco e Decano don Arnaldo, ringrazio tutti i sacerdoti presenti, le suore, i membri dei consigli pastorali, le realtà associative, i Comuni, con i sindaci che hanno voluto intervenire a questa grande festa che da indiscutibilmente un onore notevole al vostro paese e a tutta la vostra Comunità Pastorale. Cinquecento anni di venerazione ininterrotta della Beata Vergine Maria dell’Albero, così come voi la venerate, sono un segno di civiltà e di cultura assolutamente straordinari. Segno di cui c’è più che mai oggi bisogno in questo tempo tumultuoso, di vero e proprio travaglio -così vogliamo chiamarlo- nella speranza che lentamente si veda l’uscita dal tunnel troppo buio, e ritorni una pace piena –ovviamente- con la necessità della nostra azione ecclesiale e sociale e di tutti i sacrifici che nella vita di noi uomini comporta l’edificazione della comunità cristiana da una parte e la costruzione comune della società civile, tanto più di una società che è diventata plurale nella quale diverse visioni del mondo e di tutti gli aspetti della vita: l’amore, l’affezione, la famiglia, il lavoro, il dolore, l’uso dei beni, la prospettiva del passaggio attraverso il dato sicuro della morte per giungere nelle braccia del Padre, il senso vero della vita, dal suo concepimento fino al termine naturale. Tutti questi grandi valori su cui, in questi Cinquecento anni, anche le vostre realtà hanno costruito, sembrano neanche tanto terremotati, piuttosto sottoposti ad una specie di Chernobyl spirituale. Anche a Chernobyl nulla sembrava cambiato, nulla sembrava mutato. Non distruzioni, non cadute di edifici. Eppure tutto era cambiato in profondità. Per questo sono molto grato a don Arnaldo e a tutti quanti hanno voluto farmi partecipare proprio in questo giorno di anniversario alla Santa Eucaristia con voi e alla venerazione della Santa Vergine. C’è una iscrizione, una epigrafe, che mi ha molto colpito, che documenta l’erezione del vostro santuario. Mi ha colpito perché è molto simile ad una epigrafe analoga che c’è sulla Chiesa della Salute a Venezia - dove io sono stato Patriarca per quasi dieci anni - e che vede nella sua festa, la terza settimana di ottobre, l’accorrere di decine e decine di migliaia di persone da tutto il Veneto. E recita la vostra epigrafe: “La moltitudine del popolo, che accorre per la salute riacquistata dopo diversi malanni -soprattutto la carestia- sciolti i voti secondo le usanze, questo tempio dedicò il 5 giugno del 1517”. Un dato impressionante che sfugge alla nostra attenzione solo in forza della grande malattia che ci caratterizza, che è la dimenticanza, l’oblio; ci dimentichiamo di Dio, di Gesù, della Vergine Santissima lungo la nostra giornata. E invece noi, nella memoria di questo evento ben identificato, nell’anniversario giusto, compiuto di questa data significativa, noi carissime sorelle e carissimi fratelli, siamo tutti invitati, tutti invitati, a ritrovare una energia di fede diversa, così che la nostra mente, cioè il nostro modo di guardare le cose, sia il modo con cui Gesù e Maria le guardavano. Il nostro cuore, sia quello con cui Gesù e Maria amavano e la nostra azione si configuri all’azione con cui Gesù beneficava tutti coloro che incontrava soprattutto i poveri, gli ammalati, gli emarginati.  Il santo Evangelo di oggi ci dice una verità grande; la fede in Maria, che in un qualche modo spinge Gesù, lo urge a porre il primo grande segno che genera -dice il Vangelo- l’inizio dei segni compiuti da Gesù: manifestò la sua gloria e i suoi discepoli cedettero in Lui. Attraverso la cura delicata e tenera di Maria - che resiste ad una specie di rimprovero dal figliolo (Non è ancora arrivata la mia ora!)- una situazione di indigenza, una situazione di mancanza, si trasforma in una situazione di abbondante ricchezza. Le giare (80 – 120 litri) da acqua diventano vino e suscitano la meraviglia dei servitori. La meraviglia di coloro che volevano che la festa continuasse nella sua verità e nella sua pienezza.
Siamo qui, quindi, perché nel nostro cuore (qualunque sia la situazione di vita in cui versiamo, al di la delle nostre fragilità, al di la anche dei nostri peccati se li riconosciamo), c’è questo bisogno di essere amati in maniera totale, seria, definitiva, come Maria ci ama per poter a nostra volta amare. L’uomo non impara ad amare se non fa l’esperienza di essere amato in profondità, in famiglia, dallo sposo, dalla sposa, dai figli, all’interno della parrocchia, della comunità pastorale, delle associazioni, dei movimenti, dei gruppi, in cui il rapporto di comunione vive come una parentela nuova, quella che Gesù ha inaugurato tra i cristiani: noi tutti apparteniamo a Gesù e siamo in Lui figli di un solo Padre.
È sempre impressionante pensare alla Vergine, il cui compito, la cui missione è quella di portarci a Gesù. E a me piace molto contemplare la Vergine Addolorata sotto la croce, che le grandi tradizioni artistiche europee ci presentano secondo due modalità. La più diffusa è quella dello “stabat Mater”. La Madonna stava retta, anche di fronte a quella prova terribile; ma questo stare retta non è il segno della non-partecipazione al dolore estremo, a quella spada di cui aveva parlato il vecchio Simeone. C’è anche l’altra versione artistica, meno nota eppure molto bella. Quella in cui Maria sviene, con una parola un po’ letteraria e difficile la si chiama “Maria del deliquio”, del venir meno. E le altre Marie che sono vicine la sorreggono. Ecco, in queste due immagini della Vergine che partecipa al dolore della morte terribile e totalmente immeritata del Figlio Suo, sta quel senso di vicinanza, carissimi e carissime, che anche noi dobbiamo vivere questa sera in questa Eucaristia e dobbiamo però portare fuori dai nostri templi, dai nostri santuari e portarla nella concretezza della nostra esistenza all’uomo di oggi. Mi ha molto colpito una bella affermazione con cui, nei documenti che mi ha inviato don Arnaldo, ha definito il vostro santuario. “Il santuario di Santa Maria dell’Albero, un po’ come ogni santuario, è centro e frontiera allo stesso tempo. Centro perché sta nel cuore della più classica tradizione carimatese, che ha ed è orgogliosa (e si vede) del suo santuario. Frontiera, perché, affacciandosi sulla strada, essendo sempre aperta fino alle 18.30 del tempo invernale e alle 21.30 del tempo estivo, è come un luogo di accoglienza permanente: molte persone a tutte le ore entrano per un tempo di respiro e di preghiera, per ritrovare il gusto pieno della vita, il senso della vita.” Allora teniamo bene a mente quello che San Paolo ha scritto ai Romani, perché è una grande consolazione che questa grande festa della Vergine ci dona. Fratelli, noi sappiamo che tutto – e tutto vuol dire tutto, anche le cose non belle, anche le circostanze sfavorevoli, anche i rapporti difficili, anche la prospettiva della sofferenza, del dolore, dell’incomprensione, della morte dei nostri cari in prospettiva della nostra morte - tutto concorre al bene per quelli che amano Dio perché sono stati chiamati secondo il suo disegno. Prima che ognuno di noi venisse al mondo, Dio ha stabilito un disegno personale per ciascuno, anche attraverso questo disegno che è un’espressione di amore ci accompagna lungo tutta la nostra esistenza. I nostri ragazzi stanno ricevendo o hanno appena ricevuto in questo tempo lo Spirito Santo nel Sacramento della Confermazione. Ecco, non saranno mai soli. Perché come dice San Giovanni: lo Spirito Santo, che è lo Spirito di Gesù Risorto (non uno spirito generico) è sempre sopra di noi, come lo è adesso, tra di noi e in ciascuno di noi. Sentiamo secondo la grazia di Dio, siamo figli nel Figlio del Padre e il compito di Maria è quello appunto di portarci a Gesù. Ecco perché la bellissima Liturgia di oggi, ha previsto il lungo passaggio di quel libro della Sacra Scrittura così delicato, così tenero: il Libro del Cantico dei Cantici, che è un libro di amore tra lo sposo e la sposa, che valorizza tutta la realtà della persona, che, come dice il Concilio, è anima e corpo, che fa si, come ha scritto molto bene Benedetto XVI nella sua Enciclica, fa si che il desiderio di amore che nasce dal basso, senta ad un certo punto della sua salita il bisogno che dall’alto l’amore per la libertà, l’amore di Gesù, l’amore di Maria, evochi questo amore e lo trasformi in una capacità di volere il bene dell’altro come altro, senza piegarlo, strumentalizzarlo egoisticamente a noi stessi. Ecco perché la grande tradizione giudaica prima e poi cattolica e cristiana dopo ha applicato questo carme di amore al rapporto tra Dio e il suo popolo, al rapporto tra Cristo Sposo e la Chiesa Sposa, al rapporto tra Dio e ciascuno di noi. Allora, carissime e carissimi, chiediamo, in questa festa così delicata, così profonda anche nell’originalità del culto della Madonna dell’Albero, questa unità bella tra questa Creatura Immacolata che ci fa presagire e ci domanda un rispetto delicato della natura, ci domanda una ecologia vera. Approfittiamo quindi questa sera perché Maria accolga tra le sue braccia tutto ciò che ci preme sul cuore in questo momento, di bello e di meno bello, di buono e di meno buono e chiediamo a Lei, che è nostra Madre, di semplificare nell’umiltà la nostra vita e di guidarci sul cammino che ci attende. Amen.