Il Card. Scola Carimate

Questa è una grande festa che dà un notevole onore alla vostra Comunità pastorale

Proprio dal senso dell’evento per la comunità parte la riflessione dell’Arcivescovo: «Questa è una grande festa che dà un notevole onore alla vostra Comunità pastorale. 500 anni ininterrotti di venerazione sono un segno di civiltà e di cultura assolutamente straordinario. Segno di cui oggi abbiamo più che mai abbiamo bisogno in questo tempo tumultuoso di travaglio, perché si esca dal tunnel troppo buio e torni una pace che ha necessità della nostra azione con tutti i sacrifici che comporta la costruzione della comunità ecclesiale e di una società civile diventata plurale con tante visioni diverse del mondo».

Compito arduo, questo dell’annuncio, che chiede l’impegno di ognuno, perché «valori come l’uso dei beni, il modo di vivere gli affetti, l’educazione, la sofferenza, il passaggio oscuro della morte e il senso vero della vita, sembrano non terremotati, ma sottoposti a una “Chernobyl” spirituale. Anche allora (in occasione del disastro della centrale nucleare della cittadina ucraina avvenuto il 30 aprile 1986, ndr), nulla sembrava mutato, non vi furono cadute di edifici e costruzioni, ma tutto era cambiato in profondità – sottolinea Scola, che richiama il senso dell’epigrafe posta sul Santuario -. Mi ha colpito perché è molto simile a quella analoga che si trova nella chiesa della Salute di Venezia. Vi si legge: “La moltitudine del popolo che accorre per la salute riacquistata, sciolti i voti secondo le usanze, questo tempio dedicò il 5 giugno 1517”. Un dato impressionate». Soprattutto, scandisce il Cardinale, se pensiamo a quanto oggi ci caratterizza, la dimenticanza di Dio. «Siamo tutti invitati a ritrovare, allora, un’energia diversa della fede, così che il nostro modo di giudicare le cose, si assimili a quello con cui Gesù guardava specie gli emarginati».

Il pensiero non può che andare alla Vergine e alla pagina del Vangelo di Giovanni delle nozze di Cana, appena proclamata: «Attraverso la cura delicata e tenera di Maria, una situazione di mancanza si trasforma in un’occasione di abbondanza. Anche noi siamo qui perché nel nostro cuore, qualunque sia la nostra condizione – al di là delle nostre fragilità e dei peccati, se li riconosciamo – vi è questo bisogno di essere amati in maniera totale e definitiva come ci ama la Madonna. Tutti, nella nuova parentela istituita da Cristo, apparteniamo a Gesù e siamo figli di un solo Padre».

Nelle due immagini tradizionali con cui la Madre partecipa della morte terribile e ingiusta del Figlio – colei che dritta sotto la croce o che è quasi svenuta per il dolore – sta la maternità di Maria: «Comunichiamola, portiamola fuori dai nostri templi – suggerisce l’Arcivescovo -. Siamo figli nel Figlio del Padre e il compito di Maria è di portarci a Gesù». In questo senso, davvero, il Santuario della Madonna dell’Albero è «centro e frontiera allo stesso tempo», per usare le parole di don Mavero, «centro perché è nel cuore della più classica tradizione carimatese, che ne è giustamente orgogliosa, e frontiera perché, essendo sulla strada e aperto ogni giorno (in estate ininterrottamente fino alle 21.30, ndr), è un luogo di accoglienza permanente. Non dimentichiamo che la Madonna dell’Albero ci indica un rispetto delicato della natura, un’ecologia intera. Che Maria accolga tra le sue braccia tutto ciò che ci preme sul cuore. Chiediamo a Lei, che è nostra madre, di semplificare la nostra vita è di guidarci sul cammino che ci attende».

Da qui l’esortazione finale: «Vi raccomando di continuare nel cammino di questa Comunità pastorale che è bella e pacifica, capace di aprirsi al futuro, assecondando i tentativi che la Diocesi fa per l’aspetto educativo, le famiglie ferite, la condivisione con tutti coloro che sono nelle prove, per un’accoglienza equilibrata di chi arriva, per i giovani, per i nostri fratelli cristiani… È impressionante ciò che è accaduto nel sud dell’Egitto (la strage dei 35 fedeli copti diretti al Santuario di Minya il 26 maggio, ndr), dove i pellegrini sono stati uccisi per non aver voluto diventare musulmani. Dobbiamo pregare per questi martiri, per chi ha subìto una morte tragica, per tutti gli uomini delle religioni. Da una Messa come questa scaturisca un atteggiamento di vita, altrimenti resta un rito. La testimonianza non esige troppi sforzi e fatiche perché ognuno comunica solo ciò che è».

Poi la lunga processione che dalla chiesa arriva nel vicino Santuario, attraversando le vie strette e antiche sotto il Castello, tra finestre addobbate di fiori, nastri bianco-azzurri e simboli mariani. L’Arcivescovo, i sacerdoti (che per l’occasione vestono casule personalizzate con l’immagine della Madonna dell’Albero) e la gente seguono un’icona dipinta ad hoc che richiama quella venerata. Si prega l’Ave Maria. Pochi riescono a entrare nella piccola cappella, dove il Cardinale ammira gli affreschi restaurati, di scuola del Bergognone e luinesca, e, soprattutto, l’immagine della Madonna con il Bambino, affrescata nel 1517 sulla parete dell’abside a ricordo dell’Apparizione della Vergine ad alcuni fanciulli. L’incensazione e la benedizione finale concludono la serata, mentre dall’interno del Santuario e all’aperto si alza il canto corale del Magnificat.